Il colonialismo petrolifero

Bombardare per la libertà. Nel corso della storia recente si è riusciti a far mutare il significato della guerra e dell’atteggiamento bellico, in un movimento più o meno pacifico, quello che permetta di esportare la libertà e la democrazia nel mondo. Così si cominciò in Corea, poi Vietnam e a seguire due volte l’Iraq, l’Afganistan e i Balcani. Bombardare per sradicare dittatori totalitaristi, per liberare le popolazioni oppresse e per garantire democrazia. Nel mondo, solo in Africa, ci sono numerosissime guerre civili, dittatori sanguinari e popolazioni schiavizzate, eppure a nessuno sembra importare. Ma se il paese dovesse disporre di giacimenti di petrolio, diamanti o altri combustibili allora la storia cambia. Oggi come ieri, cambia lo scenario del luogo ma la storia rimane la stessa, il controllo del petrolio. Così dopo la catastrofe giapponese dei giorni scorsi, che ha portato l’opinione mondiale a riflettere sul vero utilizzo del nucleare, le grandi potenze hanno deciso di riconquistare il loro spazio per il controllo dell’oro nero.

Francia e Gran Bretagna, che non dispongono di giacimenti petroliferi, hanno approfittato dell’oppressione di Gheddafi nei confronti del suo popolo, per avvicinarsi a grandi falcate verso il nuovo colonialismo. Sarkosy e Cameron in prima linea, con i loro aerei e i loro militari, pronti a bombardare il Rais e ristabilire la pace. Ma quando il paese sarà in ginocchio, gli uomini morti, le case distrutte e la società annientata, le grandi nazioni potranno posizionare le loro società e garantirsi il controllo dei giacimenti. Bombardare per trivellare, potrebbe essere la nuova campagna di arruolamento militare in vista delle prossime guerre. L’Onu invece, l’organo sovranazionale che dovrebbe garantire pace e libertà in ogni paese, sembra non avere la forza necessaria per imporsi. E mentre l’America di Obama, che non dispone delle multinazionali di Bush produttrici di armi, medita e aspetta la mossa giusta per evitare un ulteriore e dispendiosa guerra dopo l’Afganistan e l’Iraq. La Russia rifiuta ogni coinvolgimento. Troppi interessi per Putin e i suoi. Non basta vendere (sottobanco) le armi in tutto il mondo fomentando guerre in ogni angolo del globo, il Cremlino si muove comunque con molta più intelligenza di quando facesse in passato. L’economia russa si fonda sul controllo del petrolio e dei giacimenti di gas che tengono sotto scacco l’intera Europa. Nel corso degli ultimi anni diverse società russe sono riuscite ad acquisire nel mercato mondiale gli spazi lasciati in seguito alla crisi economica.

L’ultima, nello scorso febbraio, la società Lukoil, fra le più grandi compagnie petrolifere del mondo con un fatturato di 46 miliardi di dollari, acquistava dal gruppo Erg il 60% della raffineria Isab di Siracusa, il polo industriale più grande del mediterraneo a due passi dalla Libia. Anche la Cina sembra non volersi sbilanciare troppo. L’obiettivo principale del paese di Hu Jintao era quello di conquistare l’America. Obiettivo chiaramente riuscito considerando che il paese della lanterna rossa è garante economica degli States e fornisce l’arma principale che mantiene viva l’economia mondiale: cioè la manodopera alle multinazionali. Qualsiasi scelta farà l’America, la Cina ne gioverà i profitti. Il rischio più grosso fra le potenze mondiali nella corsa al colonialismo petrolifero lo corre quindi la Germania, che non solo deve sobbarcarsi i deficit dell’Unione Europea, a causa dei crolli di Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna, ma rischia, dopo lo tsunami nucleare, una flessione economica.

Nel risiko coloniale, l’ultima ruota del carro sembra essere l’Italia. La crisi economica, il deficit, i problemi quotidiani del Premier e dei suoi collaboratori hanno bloccato l’intero Paese. Se si sommano i conflitti d’interesse fra il Rais e l’Italia, e gli ingenti finanziamenti arrivati da Gheddafi a supporto delle società italiane, che hanno ricapitalizzato il loro patrimonio evitando la crisi, il gioco è fatto. L’Italia non gode di grande fiducia a livello mondiale. La posizione strategica sul mediterraneo avrebbe dovuto aiutare il suo coinvolgimento nella partecipazione di dibattiti e nella scelta di grandi decisioni. Ma tutto questo non si è realizzato. Dubbi e perplessità sulla classe politica italiana e sul suo operato sia all’estero che all’interno, hanno fatto crollare la credibilità di un paese sempre più in ginocchio.

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