L’articolo di Lirio Abbate oscurato

Qui potrete leggere in forma integrale e originale, senza alcuna modifica, gli articoli di Lirio Abbate e Attilio Bolzoni pubblicati sulla pagina di “RE Le Inchieste” giovedì 29 e successivamente oscurati (venerdì 30) dalla polizia postale per volere della Procura della Repubblica di Caltanissetta, con il provvedimento numero 2602/11 R.G. notizie di reato/Mod. 2 1.

“Quella strage è cosa vostra” di LIRIO ABBATE

Innocenti condannati per coprire i veri mandanti. Le nuove indagini svelano il depistaggio su via d’Amelio. E i padrini adesso raccontano i loro sospetti

Due falsi pentiti, manovrati per depistare le indagini sulla strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992. Due collaboratori che hanno costruito una verità fittizia sull’autobomba che uccise Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, cambiando la storia d’Italia. Dopo anni di indagini la procura di Caltanissetta è convinta che in cella ci siano otto ergastolani estranei a quell’attentato. E che altri nomi siano sfuggiti finora alla giustizia: come quello di Giuseppe Graviano, il regista dell’attacco allo Stato con gli ordigni di Roma, Milano, Firenze.

“Chi uccise Borsellino” di LIRIO ABBATE

Il procuratore generale Roberto Scarpinato fra pochi giorni depositerà alla Corte d’appello di Catania un provvedimento in cui affronterà il problema dei detenuti-innocenti e una memoria per la revisione del processo. Il capo dei pm nisseni, Sergio Lari, con il pool di magistrati impegnati su questa inchiesta ha ricostruito tutte le fasi dell’attentato. Un lavoro meticoloso, eseguito dagli investigatori del centro operativo Dia di Caltanissetta, che ha svelato retroscena inquietanti.

Enzo Scaratino e Salvatorte Candura, i due falsi pentiti che con le loro accuse hanno costruito le condanne, non avevano interesse a mentire. All’epoca non rischiavano pesanti condanne e non avevano bisogno di offrire rivelazioni in cambio di sconti di pena. Secondo la nuova istruttoria, qualcuno li ha introdotti e istruiti. Perché c’è stato questo depistaggio? E soprattutto chi lo ha ordinato?

Due le ipotesi. Qualcuno tra gli investigatori ha giocato sporco per fare carriera. Oppure volontà superiori hanno deciso di sviare le indagini per proteggere i mandanti occulti. Accusando Pietro Aglieri e il suo clan, sono stati tenuti fuori come esecutori i Graviano: quelli in rapporto con i servizi segreti deviati e la politica. Un depistaggio. Gli inquirenti ipotizzano che “non solo è una storia di famiglia interna alla mafia ma anche alle istituzioni”. Ed anche i grandi boss hanno deciso per la prima volta di parlare di questa vicenda con i magistrati. Ecco la sintesi dei loro verbali.

Carlo Greco

“Non sono un animale e nemmeno un santo. Ma non voglio pagare per gli errori che non ho fatto. Su questa strage voglio che si faccia luce, per me, per i miei figli e per la giustizia”. Parla ai pm per la prima volta il boss della famiglia di Santa Maria del Gesù, il “macellaio” Carlo Greco, 54 anni, detenuto dal luglio 1996 dopo una lunga latitanza. Ha sulle spalle quattro ergastoli, due dei quali per le stragi di via D’Amelio e Capaci: non è un pentito, e porta ancora sul corpo i segni del passaggio nel carcere durissimo di Pianosa. Considera “un’ingiustizia” la sua condanna e quella dei suoi picciotti per l’attentato a Borsellino. E per questo motivo il fedelissimo del padrino Pietro Aglieri si apre ai magistrati, ammettendo di far parte della cosca di Santa Maria del Gesù, senza però mai confermare il suo ruolo. Greco rivela di aver svolto “indagini difensive” dopo l’arresto di Enzo Scarantino, il ladro di auto che lo chiamò in causa per l’uccisione del giudice. “Eravamo stupiti perché sapevamo che Enzo non aveva lo spessore per commettere questi crimini. Capimmo subito che qualcuno voleva addossarci colpe non nostre”. La mafia indagò e i boss vicini ad Aglieri scoprirono, come afferma Greco, che “Scarantino il giorno dell’attentato era in un albergo con una donna, e non in via d’Amelio come aveva detto ai magistrati. Delegammo Giuffré ad acquisire i documenti che avrebbero portato a smentirlo e lui ci riferì che tutto era a posto. Ma i documenti non arrivarono…”.

Adesso i pm hanno scoperto che Scarantino era un falso collaboratore di giustizia. “Se dopo la strage hanno gioito o brindato non lo so, ma è andata a finire che chi lo ha fatto oggi è fuori, libero, e chi non ha brindato ne stiamo pagando le conseguenze”. Nel suo italiano spesso stentato, il boss sottolinea una questione di grande rilevanza: i segreti sulla politica taciuti da Vittorio Mangano, lo stalliere assunto ad Arcore da Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, e dal suo padrino Salvatore Cancemi. Sostiene che Cancemi, poi diventato collaboratore di giustizia, è rimasto in silenzio su molte cose. “Sono sicuro che Mangano che era un soldato avrà riferito fatti a Cancemi che era il suo capo. Ed è una regola che al proprio boss si deve dire la verità”. Per far comprendere la legge di Cosa nostra aggiunge: “Cancemi conosce molto sulle cose che sa Mangano. Perché se io ho un contatto con un esponente politico o magistrato, al mio capo Aglieri lo devo informare…”. Cancemi è morto a gennaio, tre mesi dopo l’interrogatorio di Greco; Mangano invece è deceduto dieci anni fa: qualunque segreto è stato sepolto con loro.

E il depistaggio? Greco durante la latitanza ha cercato di capire “come mai il dottor Arnaldo La Barbera (il questore che guidava le indagini, ndr.) avesse utilizzato Scarantino e le sue false accuse per arrivare ad Aglieri e a me; è una domanda che mi faccio da 18 anni e non sono riuscito a darmi una risposta”. Ed anche qui alza il tiro: “La Barbera non lo ritenevamo direttamente responsabile del depistaggio che attribuivamo ad altri di maggior rilievo”. Per i boss c’era un livello superiore: “Pensavamo che La Barbera, persona importante, non poteva occuparsi personalmente delle indagini su figure di così basso spessore, ma tutto ciò poteva significare che aveva ricevuto disposizioni per comportarsi in questo modo. Lui faceva il suo lavoro, e noi capimmo che qualcuno “più importante” ce l’aveva con noi”.

Totò Riina

Totò Riina è sepolto dal 1993 in una cella di sei metri quadri. A quasi 81 anni si mostra duro e puro nella sua veste di capo di Cosa nostra. Un capo che dopo un’esistenza di ostinato silenzio decide di parlare con i pm, di rispondere alle loro domande “ma non chiedetemi di questa Cosa nostra perché non lo saccio”. Salvatore Riina ai pm che indagano sulla strage di via D’Amelio concede e si concede. Vuole allontanare da sé ogni responsabilità della morte di Borsellino e degli agenti di scorta, sostenendo che “a Borsellino non lo conoscevo e non mi aveva fatto mai nulla, nemmeno una multa”. Rispondendo ai pm allude, ammicca, annuncia, nega, conferma, rettifica, pontifica su tutto e tutti. Difficile supporre che si tratti di strategia difensiva con i 13 ergastoli che ha da scontare, è probabile che voglia levarsi qualche sassolino dalle scarpe. E lanciare messaggi. Per due volte i pm lo hanno interrogato e Riina ha parlato di stragi e di magistrati, di vecchi compari, di paesani suoi “scrittori”, di generali, spie, di senatori e di pentiti. Segnali in codice a tutto campo. Colloqui e sproloqui che sono una prova tecnica di alta mafiosità. Nel suo stile e nel suo molto approssimativo italiano, a modo suo Riina si confessa per la prima volta.

È risentito con il procuratore Gian Carlo Caselli “che non mi ha mai chiesto se ho baciato o no Andreotti”. Ricorda Borsellino e la scomparsa della sua agenda rossa. Ironizza su un Bernardo Provenzano “troppo scrittore” per i pizzini trovati nel covo. Chiede conto e ragione della chiaroveggenza dell’allora ministro degli Interni Nicola Mancino “sei giorni prima” del suo arresto. Di trattative e papelli, che dice di non aver mai fatto e mai scritto, della “tiratura morale” di Luciano Violante che considera un “giudice tedesco”, della sua condizione carceraria, controllato a vista dalle telecamere: “Non mi pozzo fare neanche un bidè pei telecamere 24 ore su 24”. E della sua età: “Aio 80 anni e si hanno una volta sola. A 80 anni c’è morte. Gli anni sono gli anni”.

“Però come vedete non sono proprio abbattuto… penso che tirerò ancora un altro po’…”. Rivolgendosi al capo dei pm di Caltanissetta, Sergio Lari dice: “Signor procuratore, la prego una volta per sempre, cercate la verità, fate luce perché voi potete, potete trovare tante strade, tanto lavoro. Smettiamola con Riina a parafulmine, Riina è Totò Riina. Riina non è niente. Riina è 20 anni che è sacrificato ccà, io signor procuratore la prego mi lascino stare in pace, io aio 80 anni, sono malato, io sono un vecchio finito”. Tenta di allontanare da sé il sospetto della strage e lancia messaggi a chi può aver aiutato Riina in questo attentato e poi lo avrà abbandonato. Da capo di Cosa nostra non vuole accusare nessuno, ma lancia veleni e ipotesi. “Se io avrebbi conosciuto a uno delle servizi segreti… deviati o ansirtati (regolari, ndr.) io non mi chiamerebbe Salvatore Riina”.

Pietro Aglieri

Parla di Cosa nostra, della frequentazione durante la latitanza con Bernardo Provenzano e del fatto che con la strage Borsellino lui e i suoi uomini non hanno alcuna responsabilità. Pietro Aglieri è il boss di Santa Maria del Gesù, provenzaniano di ferro, si è sempre dimostrato lontano dalle posizioni di Filippo e Giuseppe Graviano boss di Brancaccio. In due interrogatori risponde ai pm di Caltanissetta perché sostiene che è “nel mio interesse dire nomi e cognomi, o quantomeno indicarli, perché sapete benissimo che ci sono persone innocenti che stanno pagando”. Ma non fa accuse. Sostiene che non era a conoscenza della “strategia stragista”, e nemmeno di una trattativa. “Non ricordo che vi sia mai stata una convergenza di interessi tra appartenenti a Cosa nostra e soggetti esterni: posso solo dire che io personalmente non mi sarei mai avvalso di soggetti esterni”.

Poi ripercorre la storia della dissociazione, o come la chiama lui della “desistenza” che nel 2000 avviò insieme ad altri boss con l’allora procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna. “Quella iniziativa non era finalizzata ad avanzare richieste di benefici per i detenuti”, spiega Aglieri “tanto è vero che, all’epoca, la chiamai “desistenza”, poiché ciò che si voleva ottenere era dichiarare la “resa” nei confronti dello Stato, almeno in riferimento ai detenuti che avessero aderito all’iniziativa”. Aglieri precisa che si trattava di un “discorso rivolto alle nuove generazioni”. “Se fosse andata in porto, questa situazione avrebbe consentito, a chi avesse voluto, di uscire da Cosa nostra senza pericolo di incorrere nella morte”.

Parla da capomafia, da uomo d’onore che ha a cuore la sorte dei suoi uomini difendendoli da accuse di strage che secondo lui sono state costruite ad arte. E per questo cerca di provare il depistaggio, senza accusare nessuno. Rispettando la regola che in Cosa nostra è basilare: se punti il dito contro una persona, anche per discolparti, sei un pentito o uno sbirro. Per questo motivo avvia la “desistenza”. E ricorda ai pm che dopo l’arresto di Riina le redini dell’organizzazione le presero Brusca e Bagarella. “Provenzano pensò di fare un passo indietro adducendo motivi di salute, idea che abbandonò per evitare di esporre a ritorsioni i soggetti che gli erano più vicini”.

Il capomafia svela un retroscena, confermando alcune dichiarazioni fatte dal pentito Giuffré, e fa riferimento all’ipotesi circolata fra alcuni boss di “sciogliere l’organizzazione”, perché si era creato un clima di tensione dentro Cosa nostra “uguale a quello già visto dopo la guerra di mafia degli anni Ottanta”. Ma alla fine nulla di tutto ciò si concretizzò secondo Aglieri “per colpa di alcuni, come Giuffré, che non aderirono ai discorsi rispetto ai quali si erano mostrati concordi”.

articolo di LIRIO ABBATE pubblicato il 29 settembre 2011 per RE Le Inchieste

© Riproduzione riservata

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