Oltre il calcio, c’è la vita

Sono comunque uomini. Con le loro debolezze e i loro problemi. Quelli che sembrano divinità, eroi e idoli, hanno una vita personale fuori dal rettangolo di gioco, e non sempre è come la immaginiamo. La recente scomparsa di Gary Speed, ex centrocampista di diversi club inglesi e attuale allenatore della nazionale del Galles, ha sconvolto il mondo del calcio. Impiccatosi a soli 42 anni nel suo appartamento di Chester non è il primo caso di suicido di un atleti.

Nella storia recente del calcio italiano c’è un dramma che è rimasto senza verità. È la morte violenta di Donato Bergamini, centrocampista del Cosenza, società di serie B. Venne ritrovato morto il 18 novembre 1989 sulla statale 106 Jonica nei pressi di Roseto Capo Spulico, in provincia di Cosenza. La dinamica dell’incidente è rimasta sempre un mistero, il caso è stato persino archiviato, ed anche se molti hanno creduto che il giocatore si fosse suicidato, la famiglia e gli amici hanno sempre sostenuto il contrario. 

Triste è anche la vicenda di Agostino Di Bartolomei, per i tifosi della Roma meglio noto come “Ago” o solamente “il Capitano”. Romano di Tor Marancia aveva dedicato anima e corpo per i colori giallorossi fino all’84, quando con l’avvento di Eriksoon venne ceduto al Milan. I supporters in quell’occasione gli dedicarono un’affettuoso striscione: “Ti hanno tolto la Roma, ma non la tua curva”. Probabilmente a quella curva e a quei colori rimase per sempre legato soprattutto dopo quella tragica mattina del 30 maggio 1994 quando nella sua villa di San Marco (frazione di Castellabate), si sparò nel petto con la sua pistola Smith & Wesson calibro 38.

Erano trascorsi dieci anni esatti dalla finale di Coppa dei Campioni persa all’Olimpico dalla Roma ai calci di rigore contro il Liverpool. Ago aveva solo 39 anni. I motivi del suicidio (si parlò di alcuni investimenti andati male e di un prestito che gli era stato appena rifiutato) divennero abbastanza chiari quando fu trovato un biglietto in cui il calciatore spiegava il suo gesto, da ricondursi probabilmente alle porte chiuse che aveva trovato al termine della sua carriera agonistica: «mi sento chiuso in un buco», scrisse. A lui l’amico Antonello Venditti, romano e romanista, ha dedicato la canzone “tradimento e perdono”, commentando in un articolo de La Stampa: «L’ho scritta il 30 maggio, anniversario della morte di Di Bartolomei, e del giorno in cui la Roma perse nell’84 la Coppa dei Campioni. Può avere valore anche per me, è una canzone preventiva; io penso che uno che ha successo, abbia diritto a più amore che non una persona normale: a volte, quando finisce la tua importanza, una parola può bastare»

Anche Ramiro Castillo Solinas, giocatore boliviano si sparò un colpo di pistola il 18 ottobre del 1997. Aveva 31 anni, in quello stesso anno era stato protagonista con la nazionale boliviana dell’impresa nella Coppa America, sconfitti solo in finale dal Brasile per 3-1. Non disputò mai quell’ultimo match, a causa della morte del figlio di 3 anni che lo portò a lasciare il ritiro e poi a compiere quell’estremo gesto.

C’è anche la tragica storia di Justin Frashanu, il primo calciatore inglese ad ammettere pubblicamente la propria omosessualità. Dopo aver militato in Premier League si trasferì in America. Durante la permanenza negli States trascorse una notte con un giovane diciassettenne che in seguito lo accusò di molestie sessuali. Ritornato in Inghilterra tentò di contattare parenti, amici ed ex compagni per aiutarlo nella difesa alle accuse, ma le porte gli erano state chiuse quando aveva dichiarato la sua omosessualità. Venne trovato impiccato in un garage il 3 maggio 1998 a Shoreditch, Londra. Nel suo biglietto d’addio spiegò la sua estraneità all’accusa di molestie:  «Desidero dichiarare che non ho mai e poi mai stuprato quel giovane. Sì, abbiamo avuto un rapporto basato sul consenso reciproco, dopodiché la mattina lui mi ha chiesto denaro. Quando io ho risposto “no”, mi ha detto: “Aspetta e vedrai”.» Ed infine: «Sperò che il Gesù che amo mi accolga: troverò la pace».

Gesto simile venne compiuto dal portiere argentino Sergio Pedro Schulmeister, impiccatosi nella cucina del suo appartamento. Era il 4 febbraio 2003, Pedro aveva solamente 26 anni e militava da una sola stagione nell’Huracan di Buenos Aires.

Giovanissimo pure il greco Yiannis Koskiniatis (25 anni), centrocampista del Diagoras di Rodi che si tolse la vita il 26 ottobre del 2008. Non si perdonò mai di aver saltato per infortunio la partita di Coppa di Grecia contro l’Olympiakos. In un ultimo messaggio scrisse: «Una grande ingiustizia» da «non poterla sopportare».

Il male oscuro dell’uomo rimane la depressione, a volta insuperabile. Così il 10 novembre 2009 Robert Enke, 32 enne portiere dell’Hannover e della Nazionale tedesca si lanciò sotto un treno. Non era riuscito a superare la tragica morte della figlia Laura di solo 2 anni. Il senso di colpa e l’affetto lo portarono a quell’estremo gesto lasciando la moglie Teresa e una figlia adottiva di 8 mesi.

Nel dicembre 2010 invece fu il 24 enne Dale Roberts, portiere del Rushden and Diamonds, che militava nella quinta serie del campionato inglese, a suicidarsi. Non sopportava il tradimento della fidanzata Lindsey Cowan con il compagno di squadra Paul Terry, fratello maggiore del noto capitano del Chelsea John Terry.

Fortunatamente però ci sono delle storie che finiscono a lieto fine. Come quella di Paul Gascoigne, centrocampista della Lazio e della nazionale inglese. La “gazza”, come lo chiamavano i tifosi, dopo una vita piena di eccessi, alcool e droghe tentò il suicidio in un lussuoso hotel di Londra. “Ne avevo abbastanza. Un po’ di pillole, un bel bagno caldo, qualche drink e ti lasci andare”, furono le parole dell’ex giocatore salvato in estremis dalla polizia londinese.

Il caso di Gianluca Pessotto scosse l’Italia durante i Mondiali Mondiali del 2006. La mattina del 27 giugno l’ex laterale difensivo bianconero si lanciò nel vuoto da un abbaino della sede della Juventus a Torino, tenendo tra le mani un rosario. Solo dopo una ventina di giorni fu dichiarato fuori pericolo di vita dai medici dell’Ospedale Molinette di Torino. In un’intervista rilasciata poco tempo dopo affermò: “E’ sparita l’angoscia che mi mangiava e m’impediva persino di respirare. E’ scomparsa la paura del futuro e della morte. Mi sento liberato da un peso immane: è stato un viaggio nel paese del dolore”. Oggi Pessotto è il team manager dei bianconeri. La sua storia è stata raccontata con il libro “La partita più importante” edito Rizzoli, scritto insieme ai giornalisti Marco Franzelli e Donatella Scarnati.

Infine il 19 novembre di quest’anno l’arbitro tedesco Babak Rafati di 41 anni tentò il suicidio tagliandosi i polsi mentre si trovava in albergo prima della partita del sabato pomeriggio tra Colonia e Mainz. Rafati che aveva iniziato ad arbitrare nella prima divisione tedesca nel 2005, dal 2008 era diventato internazionale sostituendo il noto Markus Merk. Fortunatamente riuscì a salvarsi.

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