Rosario Pio Cattafi, l’ombra nera nelle stragi?

Cattafi

«Mi disse che doveva contattare Santapaola, perché aveva saputo che era più malleabile degli altri, per cercare di frenare l’attacco della mafia e mettere fine a questo schifo, alle stragi». A parlare davanti ai giudici è Rosario Pio Cattafi, che depone nell’aula bunker dell’Ucciardone di Palermo durante il processo agli ex ufficiali del Ros dei carabinieri Mario Mori e Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra. Rosario Cattafi non si considera «un collaboratore di giustizia», ma semplicemente «un testimone», e durante il processo spiega di sentirsi in «una situazione di alterazione» che non gli permette di «essere sereno».

Fermato nel luglio scorso nell’ambito dell’operazione Gotha III, gli è stato comminato il 41 bis e sta scontando il regime carcerario duro all’Aquila. È considerato l’uomo di riferimento dell’area messinese di Cosa Nostra, con base a Barcellona Pozzo di Gotto, che mantiene i contatti con le famiglie palermitane e catanesi, fungendo da collettore dei proventi illeciti dei clan.

Il racconto dei pentiti. Nell’ambiente alcuni lo conoscono come il “nero”, per le sue frequentazioni giovanili in Ordine Nuovo, altri invece lo chiamano semplicemente “avvocato”, nonostante abbia impiegato 20 anni per conseguire la laurea in giurisprudenza, per qualcun altro è solo “Sariddu dei servizi”, grazie ai legami con l’intelligence deviato dello Stato. Il collaboratore di giustizia Salvatore Maimone, durante un interrogatorio, racconterà che «Cattafi era un uomo d’onore, molto vicino a Santapaola», e che si occupava di gestire «un colossale traffico di armi per conto dell’organizzazione», e per colossale intendeva armi di grossa portata. Dai verbali della testimonianza di Maurizio Avola, la gola profonda catanese, si legge che Cattafi era appartenente «ai servizi segreti» e che spesso «scambiava favori con personaggi dei servizi», in sostanza «ci faceva dei favori, degli omicidi e loro ci facevano passare della droga, coprivano i reati».

L’uomo dei misteri. Il curriculum criminale dell’avvocato barcellonese è ricco di episodi. Agli albori ci sono i turbolenti trascorsi all’università di Messina dove partecipa attivamente ad azioni punitive e squadriste, ripetuti pestaggi e risse, finché nel ’76 il Senato accademico decide di sospenderlo. A quel punto Cattafi abbandona la Sicilia, anche se non definitivamente, per spostarsi al Nord, facendo la spola tra Milano e la Svizzera. In quegli anni, da una relazione di servizio, firmata “Oliver”, della Sezione Speciale Anticrimine di Torino, si viene a conoscenza che Cattafi risulta intestatario di un conto corrente denominato “Valentino”, aperto tra il 1977 e il 1978, presso il Credito Svizzero di Bellinzona, che serviva al mantenimento dei latitanti dei clan catanesi.

Viene emesso un mandato di cattura dal Tribunale di Milano che riconosceva Cattafi come uomo di fiducia del clan Santapaola a Milano, per il quale svolgeva funzioni di consulente e operatore finanziario per le operazioni di riciclaggio e di garante quando l’organizzazione trattava affari con altri clan o con qualche soggetto esterno. Iniziano i primi contatti con il giudice di origini barcellonesi Francesco Di Maggio, che all’epoca si occupava dell’indagine e seguiva gli interrogatori.

La confessione. Proprio in merito ai rapporti con il magistrato, Cattafi durante il Processo Mori ha aggiunto importanti dettagli all’incontro tenutosi al bar Doddis di Messina nella primavera del ’93, quando Di Maggio accompagnato da alcuni ufficiali dei Ros (forse era presente anche l’ufficiale Mori) gli spiegò che bisognava «portare avanti una trattativa» per interrompere le stragi e lo incaricò d’intercedere con “il cacciatore” Nitto Santapaola, massima espressione di Cosa Nostra a Catania. Da li a pochi mesi una sequenza di eventi cambierà il volto dell’Italia stragista. Di Maggio sarà nominato vice capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, e sarà seguito da un altro barcellonese il magistrato Filippo Bucalo, capo dell’Ufficio detenuti del Dap, con cui Cattafi aveva ripetuti contatti telefonici.

Sempre in quell’anno il faccendiere barcellonese sarà arrestato nell’inchiesta dell’autoparco di Milano, in seguito agli accertamenti della Procura che proveranno la presenza di un nucleo operativo di clan ‘ndranghetisti e mafiosi in via Salomone 78, che gestivano il riciclaggio dei proventi delle famiglie e lo spaccio della droga. Alcuni mesi dopo il ministro della Giustizia Giovanni Conso non prorogherà il famoso 41bis a 373 detenuti, spiegandolo solo in seguito che quella scelta eviterà «nuove stragi».

L’ombra di Cattafi compare in molte pagine delle principali inchieste dell’ultimo ventennio della storia italiana. Si racconta che abbia avuto contatti con il signore della P2 Licio Gelli, con il leader di Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie, con l’emirato di Abu Dhabi e arrivando fino al “Principe di Villagrazia” Stefano Bontate. Un vero trait d’union tra massoneria, servizi segreti e organizzazioni criminali, accusato da più collaboratori di giustizia di essere non solo un trafficante internazionale di armi e di stupefacenti, ma di svolgere silenziosamente l’attività d’intermediario finanziario per i clan, per riciclare i proventi in attività lecite, in quote azionarie di società e in appalti.

Le dichiarazioni rilasciate da Cattafi al Processo Mori confermano le ricostruzioni proposte dalla Procura di Palermo in merito alla tentata mediazione tra una parte dello Stato e Cosa Nostra per fermare la sequenza sanguinosa di stragi. Se l’avvocato sarà nuovamente chiamato in causa, si potrebbero riaprire ulteriori spiragli sui rapporti intercorsi nel ’92 tra Nitto Santapaola e Marcello dell’Utri, e sugli incontri avvenuti durante la latitanza del boss a Barcellona Pozzo di Gotto, città nella quale venne brutalmente ucciso il giornalista Beppe Alfano, che indagava proprio sul “cacciatore”.

(articolo pubblicato su Linkiesta.it, 28 dicembre 2012)

 

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