Catania, muore Pippo Ercolano il re degli ortofrutticoli

CATANIA – Nel pomeriggio di martedì presso la “Tenda Ulisse” di Ognina, zona costiera dI Catania, si sono tenuti i funerali di Pippo Ercolano, storico esponente del clan Santapaola-Ercolano, influente famiglia per gli interessi economici della città.

Solo tre foto, scattate furtivamente con una macchina nascosta da Andrea Di Grazia per il freepress catanese Sud hanno mostrato la cerimonia blindata in grande stile. Moltissimi i presenti, arrivati con auto di grossa cilindrata, parcheggiate sia all’interno che all’esterno del piccolo porticciolo catanese. Il feretro è stato trasportato dalla ditta D’Emanuele, di proprietà di Sebastiano e Natale, cugini di Nitto Santapaola. Proprio Natale sta scontando in carcere una condanna definitiva per omicidio e associazione mafiosa. Anche il figlio Antonino è finito in manette nel 2010 in seguito all’operazione “Cherubino”, nell’ambito dell’indagine sull’infiltrazione dei clan mafiosi nel settore delle onoranze funebri, quando la Dia sequestrò alla famiglia D’Emanuele beni per un valore di 10 milioni di euro. Ad accompagnare l’auto con la salma del defunto, quattro furgoni contenenti circa 16 corone di fiori, omaggi di diverse famiglie e amici vicini al clan, che già nella giornata di lunedì si erano raccolti nell’abitazione di Giuseppe Ercolano per l’estremo saluto. Continua a leggere

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Combine all’italiana

«Non ho mai concordato il risultato di un incontro, però ne ho subito uno. All’ultima partita importante avremmo potuto giocarci il titolo con il Parma, ma di fatto non avremmo mai potuto vincere. Allora all’intervallo ci siamo accordati per un pareggio, in perfetto accordo».

In un intervista rilasciata a Pierre Ménès, giornalista sportivo di Canal+ e autore del blog “Pierrot le foot” di Yahoo! France Sport, Daniel Bravo ex centrocampista del Parma racconta i retroscena del campionato italiano 1996/1997.

«Non capivamo, dicevamo: “Siete pazzi, possiamo vincere!”, ma gli altri: “Siamo in Italia, qui, lasciate stare”» I transalpini in quella stagione erano tre. Oltre a Bravo, c’erano Reynald Pedros che però giocherà solo 4 match, e Liliam Thuram, che in quella stagione avrebbe raggiunto 37 presenze, giocatore più utilizzato da Ancelotti. Tutti e tre erano al primo campionato in Italia.

Quella partita si giocò il 18 maggio 1997, allo Stadio delle Alpi, ad arbitrarla era Pierluigi Collina, viareggino come Marcello Lippi. L’andata era finita 1-0 per i ducali, con la rete decisiva di Enrico Chiesa. Quel match a Torino i giocatori guidati da Ancelotti andarono in vantaggio al 29°, quando Di Livio e Zidane provocarono uno sfortunato autogol. Al 43° l’episodio chiave, Fabio Cannavaro tocca Bobo Vieri che cade in aria, Collina non ha esitazioni ed assegna il penalty. La trasformazione dal dischetto viene affidata a Nicola Amoruso, che non sbaglia, 1-1.

A quel punto saltano i nervi. I gialloblù increduli per la concessione del rigore si spazientiscono e dalla panchina Ancelotti inizia a sbracciarsi e dire qualcosa. Collina a muso duro si avvicina e lo caccia fuori. Al termine del match l’allenatore gialloblù racconterà che: «Evidentemente Collina ha equivocato. Ha pensato che l’avessi offeso. Io invece gli ho solfando detto “bravo”».

Un gioco di parole, perché lo stesso Daniel Bravo confessa nella sua intervista che quel giorno «l’arbitro era caldo». Per il Parma il rigore era inesistente, ma per Lippi e la Juve era chiarissimo. Eppure quasi tre giorni prima (il 15 maggio) il Parma nel turno infrasettimanale casalingo contro il Milan era stato fermato sull’1-1, anche in quel caso un rigore, trasformato da Albertini, aveva deciso il match.

A freddo invece sembrano tuonare le parole dell’avvocato Agnelli che considererà «patetico» il secondo tempo della partita, dove la Juventus tiene il possesso palla senza incidere, mentre il Parma sembra addirittura assente. Piovono i fischi dalle gradinate, il pubblico non accetta quel secondo tempo falsato. I sospetti vengono confermati come una sentenza dal tecnico gialloblù Ancelotti: «Il pareggio stava bene a tutti, nel calcio succede».

>> Clicca qui per ascoltare la videointervista integrale << 

Amarcord dei “biscotti”

Nuova estate rovente per il calcio italiano, non sono bastate quelle del ’78/’80 o della recentissima “Moggiopoli”. Torna ancora il sospetto dei match truccati e delle combine. Ma chi segue il calcio, o meglio ancora chi lo ha praticato, ricorda episodi che in questi anni facevano pensare a strani “biscotti”.

Il primo in ordine cronologico è quello del gennaio ’99. Allo stadio Sant’Elena si gioca Venezia-Bari, un match abbastanza noioso, quando al ’90 la svolta. L’anonimo brasiliano Moacir Basto, meglio noto come “Tuta“, segna il 2-1 per i lagunari. Nessuno dei suoi compagni lo abbraccia o festeggi, anzi. Continua a leggere

Il calcio nuovamente in farmacia?

Sembra passato un secolo da quella torrida estate del 1998 quando lo sport più amato dagli italiani venne sconvolto per sempre. “Il calcio deve uscire dalle farmacie”, tuonò Zdenek Zeman, allora allenatore della Roma. A partire da quella frase niente fu più lo stesso. Iniziò la caccia alle streghe, si susseguirono tantissimi casi di doping di tutti i tipi e parallelamente un’infinito processo alla Juventus e al suo medico sociale Riccardo Agricola, che però non portò mai a sciogliere i tanti dubbi. I sospetti rimangono vivi negli occhi degli appassinati, mentre oggi emergono strani casi legati ai giocatori del Milan. Prima Gattuso e poi Cassano vengono colpiti da traumi neurologici che li costringono a stare lontano dai campi. Cos’ha prodotto questi traumi? Stress? Doping? Ma il calcio è uscito davvero dalle farmacia? Persino il Fatto Quotidiano s’interroga sulla vicenda. Al momento non sappiano le vere cause dei malori che hanno colpito i milanisti. Tra l’altro proprio Gattuso si rifiutò insieme a Pancaro, nel marzo del 2005, ad un controllo antidoping nel post partita Roma-Milan. In questa breve memoria però, proviamo a elencare i grandi casi di doping che hanno segnato il calcio italiano. Continua a leggere